Licheni e … inquinamento dell’aria

Molte specie di licheni, come ricorda Camillo Sbarbaro, temono la vicinanza dell'uomo, in quanto sensibili all'inquinamento, e pertanto spariscono dalle zone eccessivamente antropizzate ed inquinate.

Da diversi anni i ricercatori utilizzano i licheni per redigere mappe della qualità dell'aria in zone fortemente urbanizzate ed industrializzate, anche al fine di individuare la presenza di specie inquinanti nelle immediate vicinanze di fonti puntiformi di emissioni (come ad esempio ciminiere, inceneritori e centrali termoelettriche).
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I licheni epifiti (che crescono sulla corteccia degli alberi)
sono i più utilizzati nello studio dell'inquinamento dell'aria.

Questi organismi svolgono le loro funzioni biologiche assorbendo attraverso tutto il tallo sostanze gassose, sostanze in soluzione nell'acqua o legate a particelle del substrato. Le sostanze contaminanti eventualmente assorbite non vengono eliminate con un sistema di escrezione come fanno le piante e quindi si accumulano nel tallo. Le sostanze inquinanti hanno effetti diversi a seconda dei licheni: ogni specie ha un suo grado di tolleranza rispetto ad un certo inquinante e reagisce ad esso in modo differente, dal cambiare colore o aspetto sino a morire.
Tali caratteristiche, unite al lento accrescimento ed alla longevità, fanno sì che i licheni vengano utilizzati nello studio della qualità dell'aria come:
  • bioindicatori, quando si vogliono correlare le diverse intensità di disturbo ambientale con le loro modificazioni dell'aspetto esteriore, della loro diffusione e della ricchezza nel numero di specie;
  • bioaccumulatori, quando si analizza la concentrazione delle sostanze assorbite nel tallo del lichene.
Un esempio recentissimo? La Fondazione Dolomiti Unesco ha promosso uno studio per capire se l'eccessivo transito di autoveicoli ed elicotteri sui valichi di montagna delle Dolomiti porta ad un aumento dell'inquinamento; lo studio si basa sui licheni presenti in una fascia a 100 metri ed a un chilometro dalle strade (articolo apparso su “Corriere delle Alpi”, il 7 marzo 2014).

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