22 febbraio, 2014

Ranunculus pyrenaeus

Ranuncolo dei Pirenei
(Ranunculus pyrenaeus L.)

Famiglia: Ranunculaceae

Chiamato anche Ranunculus kuepferi Greuter & Burdet.
Specie perenne erbacea alta da 8 a 30 cm.
Fusto eretto semplice o con pochi fiori.
Foglie basali, intere, lineari-lanceolate o lanceolate, glauche.
Fiori di 20 mm di diametro con sepali glabri e petali ovali di colore bianco a volte con macchia gialla alla base. Fossa nettarifera ricoperta da una scaglia.
Frutti: acheni allungati con becco ad uncino.
Fiorisce in giugno-luglio.
Cresce tra 1700 e 2600 m in pascoli e praterie umidi delle Alpi; preferisce suoli silicei.
Sulle Alpi Occidentali dal Monte Rosa alla Liguria è comune; dalle Alpi Lepontine alle Dolomiti è invece rara.
Orofita sudeuropea.

16 febbraio, 2014

Soldanella alpina

Soldanella alpina L.
Famiglia: Primulaceae


Specie perenne, alta 5-15 cm.
Ha scapo ascendente o eretto, pubescente nella parte superiore, arrossato e incurvato.
Le foglie, basali, sono larghe 1,5-3,5 cm.
Ogni stelo porta 2-3 fiori.
Il calice è a tubo, lungo 1 mm e con frange di 3 mm.
La corolla è violetta, sfrangiata sino a metà; all'interno è munita di 5 scaglie membranose.
Il frutto è una capsula a dieci denti.
Fioritura: giugno-luglio.
Cresce nella fascia subalpina ed alpina in foreste di conifere, prati e vallette nivali (gradisce i terreni umidi).
Specie sudeuropea-montana.



10 febbraio, 2014

Primula odorosa

Primula odorosa (Primula veris L.)

Famiglia: Primulaceae


Pianta erbacea, perenne con rizoma.
Alta 10-25 cm.
Fiori in ombrelli peduncolati all'apice di uno scapo elevato, profumati.
Corolla gialla dorata con 5 tacche arancioni a lembo concavo.

Il calice è angoloso, rigonfio, lungo 8-16 mm e più largo della corolla.
Il frutto è 1-1,5 volte più lungo che largo.
Le foglie sono tutte basali con picciolo nettamente distinto dalla lamina fogliare. La foglia è pubescente di sopra, la faccia inferiore è verde chiaro; le foglie giovani hanno il bordo ripiegato verso l'esterno.
Fiorisce in aprile-maggio.
Specie europea di aree collinari e subalpine,

Preferisce il terreno calcareo in cespuglieti, prati aridi, pascoli e boschi aridi di Roverella e conifere.

Alla scoperta del vallone del Valdescola in Valle Cervo

Riordinando la libreria , ho trovato il percorso naturalistico che avevo redatto per un esame all'Università.
Era il mio primo lavoretto da naturalista: certamente migliorabile, soprattutto come fotografie ... avevo usato una vecchia Canon compatta ... Ma l'importante è la ricerca, l'osservazione e l'identificazione delle specie presenti nella zona e evidenziare le rilevanze ambientali e paesaggistiche.
Il lavoro riguarda l'area che da Montesinaro segue in parte il rio Chiobbia e tutto il rio Valdescola, suo affluente (Valle Cervo - provincia di Biella); le foto risalgono al 1993 e le ho scannerizzate per aggiungerle al testo (ho inserito oggi le più recenti foto di salamandra e di rododendro, in originale diapositive scattate con Nikon F90). La ricerca si completa con una serie di campioni raccolti sul campo: penne, fatte, calchi di impronte  e resti di alimentazione, che ovviamente non posso postarvi (vedrò se sono ancora in buono stato e fotografabili per eventualmente proporveli in seguito). Buona lettura!


PERCORSO NATURALISTICO

"Da Montesinaro alle Tegge Viasco"
Comune di Piedicavallo
Alta Valle Cervo, Biella




La Valle Cervo (o del Sarv) deve il suo nome all'omonimo torrente che la percorre, nome che nell'antica parlata locale significa "corso d'acqua". Il bacino idrografico del Cervo comprende molti affluenti: uno di questi, il Rio Chiobbia, dopo aver costeggiato il paese di Montesinaro (m 1032 s.l.m.) sfocia nel Cervo in località Pinchiolo (m 951 s.l.m.). Poco più a monte di Montesinaro il Chiobbia riceve a sua volta le acque del Rio Valdescola.

Il percorso che mi accingo a descrivere si snoda lungo un breve tratto della destra orografica e poi della sinistra del Rio Chiobbia, quindi sale di quota lungo la riva destra del Rio Valdescola fino a raggiungere le Tegge Viasco (m 1565 s.l.m.) in prossimità dei nevai da cui nasce tale rio. Il tempo di percorrenza totale da Montesinaro alle Tegge Viasco è di 2,5-3 ore circa.

Si può seguire il percorso descritto sulla carta allegata



Il percorso segue il sentiero indicato come E75 e marcato da segni rossi; inizia a fianco del cimitero di Montesinaro (m 1050 s.l.m.), frazione del comune di Piedicavallo. Allontanandosi da Montesinaro si lascia a sinistra un prato, in cui, in primavera, fioriscono crochi primule


e, in autunno, velenosi Colchicum; 

alla destra vi è il Rio Chiobbia.

Si entra in un fitto bosco in cui l'essenza dominante è il faggio (Fagus sylvatica L.). Questa specie è mesofila e sciafila; predilige le aree montane fresche ma non eccessivamente fredde, a clima oceanico, ricche di precipitazioni (almeno 1000 mm annui) e riparate dai venti caldi. Nelle faggete il sottobosco è piuttosto povero, in quanto le verdi chiome del faggio impediscono ai raggi solari di raggiungere il suolo. Il faggio è caratteristico di tutta la Valle Cervo. Un tempo i pastori davano le foglie di faggio alle vacche come foraggio quando il fieno scarseggiava, nel mese di maggio. Inoltre si usavano come materassi dei sacconi riempiti di foglie secche di faggio; si credeva che fosse più sano dormire su questi materassi che su quelli di lana. Molte donne della Valle, un tempo, facevano le venditrici ambulanti di foglie di faggio: giravano di paese in paese con una gerla carica di foglie chiuse in un sacco.


In questo primo tratto del percorso si possono incontrare varie specie animali. Il capriolo (Capreolus capreolus L.) è attivo prevalentemente di notte; trascorre il giorno nel folto della vegetazione ed al crepuscolo emerge per alimentarsi nelle radure o in terreni aperti, magari presso le baite. Durante la stagione degli amori in luglio ed agosto si odono i richiami dei maschi, e si possono trovare i tronchi di giovani piante scortecciati in seguito allo sfregamento delle corna: in questo modo i caprioli maschi delimitano il loro territorio. 



Tra i rovi o nei prati presso le baite può fare la sua comparsa la lepre comune (Lepus europaeus Pallas).


Nella faggeta l'avifauna comprende: la cinciallegra, la cinciarella, il codibugnolo, la cincia bigia, il colombaccio, il merlo, il picchio muratore, il luì piccolo, il fringuello e la ghiandaia.


Vicino al Chiobbia, dove la vegetazione un po' alla volta lascia il posto ai massi deposti dalle acque in piena, è facile trovare degli acquitrini: qui la rana temporaria depone le sue uova già prima che l'ultima neve scompaia. In questi luoghi umidi non manca la salamandra pezzata (Salamandra salamandra L.).


Salamandra pezzata


Si giunge ben presto ad alcune baite ristrutturate: alla destra abbiamo sempre il Chiobbia, a sinistra il bosco lascia spazio al prato-pascolo. Al limite del bosco, tra i cespugli, possono nidificare il pettirosso e la capinera, nonchè lo scricciolo.

Proseguendo si costeggia, a sinistra, una zona franata per gli effetti della grande piena del 1981; una baita sembra aggrapparsi al fianco della montagna


Panorama dall'alveo del Chiobbia:
in alto da sinistra a destra:  il gruppo della Gragliasca, il gruppo M. Pietra Bianca,
il Colle del Lupo e il M. Cresto (m 2546); in basso a sinistra Montesinaro
in basso a destra le baite ristrutturate.


Tramite un ponticello di legno di fortuna ci si porta sull'alveo del Rio Chiobbia, tra i numerosi massi che testimoniano la geologia dei Valloni circostanti. Troviamo infatti campioni di sieniti, di monzoniti, di filoni aplitici e dioritici, e di rocce dell'aureola metamorfica di contatto del Plutone della Valle Cervo, la cui messa in posto risale a 37-40 milioni di anni fa (Eocene superiore - Oligocene).


Ci si sposta poi nuovamente alla destra del rio, tra frassini aceri di monte, passando vicino ad un'altra baita ristrutturata (m 1090 s.l.m.).




Tra le pietre dei muri della casa i codirossi spazzacamino (Phoenicurus ochruros Gmelin) possono costruire il proprio nido, a maggio. Questa specie di passeriforme non teme l'uomo e non esita a nidificare presso le abitazioni; si incontra anche a quote più elevate, ovunque vi siano muri o cumuli di pietre.


Il frassino (Fraxinus excelsior L.) è comune nei boschi freschi, nelle forre umide; per il suo legno pregiato è una delle piante preferite per i rimboschimenti. E' da notare come in queste zone i frassini siano numerosi presso le cascine ed i paesi: in tutto il Biellese montano, infatti, era diffusa la coltura dei frassini per la raccolta delle foglie da dare come foraggio al bestiame. Ora tale pratica ha subito un forte regresso ed in alcuni posti è stata abbandonata.

Si attraversa ora il Rio Chiobbia su di un secondo ponticello di fortuna, se presente, oppure, se questo è stato trascinato via da una piena, saltando da un sasso all'altro!



La vegetazione è molto varia: faggi, aceri di monte, frassini e betulle; nel sottobosco prosperano i rovi, la felce aquilina e la felce maschio; inoltre non mancano i funghi, che nell'ecosistema costituiscono i decompositori.

Due mensole rovesciate?!    Sono funghi lignicoli. 


Si passa davanti ad una vecchia cascina circondata dalle piante (m 1111 s.l.m.) e si arriva ad una piccola radura tra le betulle.



Da qui un altro sentiero conduce agli "stansit" caratteristici ripari sotterranei, costruiti tra le rocce dai pastori per riparare le pecore o per conservare le vivande.

In questa zona è facile trovare le tracce dei caprioli, come fatte o vecchie corna.

Proseguendo lungo il nostro sentiero attraversiamo una pietraia: tra i massi sbucano le fronde della Cryptogramma crispa, detta "felcetta"; molte specie di licheni spiccano con i loro colori in contrasto con il grigio della pietra.




Nel tratto seguente ci troviamo nuovamente nel bosco, ma le piante non sono le stesse di prima: oltre al faggio qui crescono anche delle querce, non imponenti, ma piuttosto esili; non mancano le betulle e gli aceri di monte.

Le ghiande sono l'alimento preferito dalla ghiandaia, un corvide comune nei boschi di latifoglie: questo uccello, inoltre, non esita a predare i nidi di altri volatili e si avvicina alle vittime imitando il loro canto o i loro richiami.

Giunti quasi sul fianco destro del Vallone del Rio Valdescola, le latifoglie cedono il passo agli abeti rossi (Picea abies (L.) Karsten): siamo in una pecceta, non pura; infatti oltre agli abeti ci sono alcuni larici e qualche pino (m 1150 s.l.m.).


Generalmente dopo le faggete, intorno ai 1300-1500 m s.l.m., sulle Alpi Occidentali si trova la serie del Larice-Cembro, fino a circa 2000 m di quota; ma nelle Valli biellesi non si incontrano, in questa fascia altimetrica, nè boschi di peccio nè foreste di larice. E' ancora aperta la discussione sulle cause dell'assenza delle conifere spontanee in tutto il Biellese montano; da un lato, sotto un punto di vista ecologico, si osserva che in tutte le zone interessate dal clima atlantico (abbondanti precipitazioni e differenza stagionale delle temperature non spiccata) la faggeta non è mai seguita, più in alto, dalla fascia delle conifere; la loro presenza spontanea è data, in queste zone, qua e là, da alberi isolati o da piccoli raggruppamenti, determinata da ambienti microclimatici favorevoli. Dall'altro lato, si considera il fattore antropico: l'antico fitto popolamento ha provocato il disboscamento, sia per ottenere legname, sia per fare posto ai pascoli; a ciò si devono aggiungere le conseguenze degli incendi e del pascolo troppo intenso, entrambi origine di gravissima degradazione.

I boschi di conifere sono il regno della cincia mora, del regolo e del crociere. Il regolo è l'uccello più piccolo d'Europa, assieme al fiorrancino: si alimenta di ragni, insetti, loro larve e uova, prelevati durante minuziose esplorazioni sugli alberi. Il crociere, così chiamato per il suo becco incrociato, si nutre dei pinoli dell'abete rosso. Sempre in movimento e nelle posizioni più strane è la cincia mora, che svolazza freneticamente di ramo in ramo alla ricerca di cibo.


Le pigne prive di squame, dall'aspetto sfilacciato, che giacciono qua e là sul terreno indicano la presenza dello scoiattolo (Sciurus vulgaris L.), ghiottissimo di pinoli. Questo sciuride ha attività diurna; il suo manto è rossiccio, a volte molto scuro, quasi nero. In genere lo scoiattolo cerca cibo sulle piante, ma può anche scendere a terra pronto ad arrampicarsi velocissimo su di un tronco al minimo rumore.

Sul terreno è possibile rinvenire delle borre, lasciate cadere da un allocco, da una civetta o da un gufo dall'alto del suo posatoio, magari un vecchio larice secco.


Un altro predatore che può lasciare un chiaro segno della sua presenza è l'astore (Accipiter gentilis L.): questo rapace dopo aver ghermito una preda (generalmente un uccello, come un colombaccio o un picchio) vola al riparo nel bosco e qui, a terra, incomincia l'operazione di spiumatura; tutte le penne restano sparse al suolo in uno spazio di pochi metri.


Anche lo sparviere (Accipiter nisus L.) spiuma la preda prima di divorarla, ma esso effettua questa operazione in luoghi fissi di solito un po' elevati ed inoltre si ciba di piccoli uccelli, essendo di dimensioni minori rispetto all'astore.


Prima di abbandonare il fianco sinistro del Vallone del Rio Chiobbia e girare sul versante destro del Rio Valdescola, dove la vegetazione si dirada è possibile godere di un suggestivo panorama su Montesinaro e i monti circostanti.



In alto da sinistra a destra:
 Monte Tovo (m 2330), M. Camino (m 2391), Selle di Rosazza (m 1480);
in basso a sinistra: l'Alpe Fontana .

Il gruppo della Gragliasca innevato; al centro Montesinaro


Superate le Tegge "le Bose" (m 1180 s.l.m.), ormai semidistrutte e nascoste dagli abeti, si sale a zig-zag tra una notevole varietà di essenze: gruppi di abeti si alternano ai larici, ai pini e alle betulle dal tronco bianchissimo; mirtilli neri, calluna e ginepri crescono rigogliosi da un lato e dall'altro del sentiero.






Qui passano le piste dei caprioli: quando la neve ricopre il terreno si distinguono chiaramente le impronte di questo ungulato.


Sulle pietre, sui ciuffi d'erba in punti un po' elevati si possono trovare le fatte della volpe. A seconda della qualità del cibo gli escrementi della volpe sono di colore e composizione differenti: generalmente essi contengono peli e sono di colore scuro, dopo molto tempo diventano grigi; se la volpe ha divorato una certa quantità di ossa, la liberazione di fosfati di calcio produce un rivestimento grigio. Come altri predatori, la volpe si nutre in autunno anche di bacche, per cui lo sterco assume il colore delle bacche stesse.

Alla quota di 1325 m si perviene ad una radura tra betulle, pecci e larici

da qui si scorgono le cime dei monti della testata del Vallone del Rio Valdescola.


Se si resta per un po' di tempo fermi ed in silenzio, si potranno osservare gli abitanti del bosco intenti alle loro attività: tra essi il rampichino alpestre, che cerca insetti e larve sui tronchi esaminandoli accuratamente dal basso fino alla cima; il picchio rosso maggiore, che tambureggia col potente becco sulle vecchie piante per raggiungere gustosi bocconi sotto la corteccia; lo scoiattolo; il ghiro, il cui cibo è costituito di semi e frutta, ma anche di piccoli invertebrati come le chiocciole.


Ci si trova su di un arco morenico, costituito di materiale che il ghiaccio ritirandosi ha depositato dopo l'ultima glaciazione.


Da qui in poi il sentiero prosegue quasi in piano: sulla destra vi sono ancora, per un certo tratto, molti abeti e larici, mentre a sinistra ricompaiono i faggi insieme ai noccioli ed alle betulle.


In autunno i frutti dei noccioli sono l'alimento di scoiattoli, topi, ghiri e arvicole: sul terreno abbondano i gusci rosicchiati o spezzati.

Proseguendo il cammino, si incontrano numerose pietraie, i cui massi a seguito dell'alternarsi delle elevate e basse temperature si sono staccati dalla soprastante Cresta degli Altari.


Dalla pietraia, uno scorcio sul versante sinistro del vallone;
 sullo sfondo, il Monte Tovo illuminato dal sole

Il versante sinistro del vallone: pietraie e vegetazione 


A lato del sentiero può capitare di vedere una montagnola di terra e pagliuzze; se si osserva attentamente si scorgeranno delle formiche al lavoro: è un nido di Formica rufa, un vero capolavoro della natura. Esso è costituito di innumerevoli gallerie e camere; al suo interno l'aria, anche in profondità, è mantenuta alla giusta temperatura grazie ad un sistema di areazione.



Superati gli ultimi faggi, alti ed imponenti, la vegetazione arborea si dirada e restano, tra le pietre, betulle, calluna e rododendri (m 1360 s.l.m.). Da qui si può ammirare la testata del Vallone: numerosi ruscelletti scorrono sulle rocce e, in alto, nei canaloni biancheggiano dei nevai, che resistono anche al sole dell'estate.



Uno degli ultimi maestosi faggi prima dei pascoli

Betulle e rododendri crescono tra le pietre


La testata del vallone: nevai e spruzzata di neve fresca


Ben presto si giunge all'area pascoliva delle Tegge Valdescola (m 1360 s.l.m.). Molte di queste cascine sono distrutte; soltanto un pastore porta quassù, d'estate, le sue giovani vacche, alcune pecore ed un'asina. Tra l'erba e le pietre si scorgono alcuni "stansit", i ripari costruiti per le pecore.

Quel che resta delle Tegge Valdescola...

Stansit


Numerosi sorbi degli uccellatori crescono fra le baite: le loro bacche sono gradito cibo per gli uccelli.




Vicino al Rio Valdescola, che scorre poco lontano, si può scorgere su di un masso uno scricciolo oppure una ballerina gialla; inoltre non è difficile udire il canto della capinera nascosta tra i cespugli.

Quest'asina si chiedeva
cosa stessi facendo ...

L'area pascoliva presso le Tegge Valdescola


Il percorso prosegue ancora sulla destra orografica del Rio, tra cespugli di lamponirododendri,mirtilli e cuscinetti di calluna.

Rododendro ferrugineo

Calluna e masso decorato da licheni crostosi

Siamo ormai nella fascia dell'arbusteto, caratterizzato dalla presenza del rododendro e del mirtillo e, più in alto, dell'ontano verde che abbonda in prossimità dei canaloni, nelle zone più umide.

Una cascatella sul fianco sinistro del vallone


Il rododendro ferrugineo (anche detto Rosa delle Alpi) era, con l'ontano verde, una delle piante di cui, un tempo, era concesso il taglio nei boschi di proprietà comunale nei giorni della "fauscetta".
Osservando con attenzione i rami del rododendro si noterà la presenza di grosse galle sulle foglie: queste escrescenze sono prodotte da un fungo parassita l'Exobasidium rhododendri Cram.; possono raggiungere le dimensioni delle noci, hanno l'aspetto di un frutto e tali sono credute dai valligiani.


Dopo aver attraversato il Rio Valdescola (m 1450 s.l.m.) si sale sulla sinistra orografica del Vallone.


Vicino al Rio, in punti riparati, tra le felci e i rovi, potrebbe nascondersi qualche orchidea, piante bellissime la cui raccolta è vietata, essendo tra le specie protette dalla Regione Piemonte.

Orchidea sfiorita,
forse una Dactylorhiza maculata (L.) Soò


A metri 1565 s.l.m. si trovano i resti di quelle che erano le Tegge Viasco: tra le macerie svolazzano i codirossi spazzacamino.

Qui si è circondati dalle scoscese pareti rocciose, percorse da rivoli d'acqua, incise da profondi canaloni scavati dalle valanghe.
Dalle Tegge Viasco:
i nevai sotto il sole di agosto

Presso il nevaio i massi depositati dalle valanghe;
 sullo sfondo i pascoli dove sorgevano le Tegge il Pianale

Uno dei numerosi rivoli d'acqua
che levigano i lastroni di roccia


Presso i nevai a quota 1884 m sorgevano un tempo le Tegge il Pianale: ora resta solo un cumulo di pietre presso il quale le marmotte hanno costruito la loro dimora.

La marmotta (Marmota marmota L.) è un animale delle steppe che sulle Alpi ha mantenuto le abitudini agli spazi aperti e soleggiati fuori dalle zone alberate. Questo sciuride è diurno, ama il sole e rifugge la pioggia. Il suo organo predominante è la vista: la retina è del tutto priva di bastoncelli e contiene soltanto coni; di conseguenza quando è buio l'animale è praticamente cieco. La marmotta usa due tipi di allarme consistenti in forti fischi emessi a gola aperta: un sibilo unico, acuto e breve, seguito dalla immediata scomparsa dell'animale, segnala un pericolo aereo o improvviso;un fischio lungo ed intervallato indica un pericolo terrestre ed ancora lontano. I giovani di marmotta possono essere predati dall'aquila reale (Aquila chrysaetos L.), la quale occasionalmente può fare la sua comparsa in queste zone. Assai frequente è, invece, l'avvistamento della poiana (Buteo buteo L.): una coppia ha il suo territorio di caccia nel Vallone del Rio Valdescola. Probabilmente il nido di questo rapace è nascosto tra le rocce ed i cespugli sulla Cresta degli Altari.

Presso i pascoli rocciosi, le rade macchie di cespugli alpini e le vecchie baite vive anche l'ermellino (Mustela erminea L.): tale mustelide in estate ha il manto bruno rossiccio superiormente ed il ventre bianco-giallastro; in inverno, trattandosi di un animale di origine artica, diventa bianchissimo tranne la punta della coda che rimane nera.

Una delle principali prede dell'ermellino è l'arvicola delle nevi (Chionomys nivalis Martins), che può capitare di scorgere mentre si aggira di giorno ed allo scoperto senza troppa paura.

Verso la cresta spartiacque del Vallone e, soprattutto, presso la parete sud del monte Bo nidifica la pernice bianca (Lagopus muta Montin). Tale uccello è una reliquia dell'era glaciale, è adattato a condizioni climatiche severe; si compenetra assai bene in questo paesaggio fatto di magri praticelli sassosi, di pietraie e di nevai. In inverno la pernice bianca non compie la migrazione altitudinale fino alla fascia collinare o alla pianura, ma è estremamente stanziale, scendendo tutt'al più alla quota minima di 1300-1400 m.

Betulle ed ontani verdi
tra le rocce staccatesi dalle creste
che contornano il vallone


In estate, al mattino presto, si possono avvistare i camosci (Rupicapra rupicapra L.): essi vivono in prossimità del limite superiore degli alberi, spostandosi, nei mesi più caldi, verso le zone più elevate e, d'inverno, nella zona forestale, scendendo fino a quote intorno agli 800 m slm.

In prossimità dei canaloni invasi dalla neve perenne cresce il veratro (Veratrum album L.). Questa pianta è velenosa anche per il bestiame; pertanto gli alpigiani curano di estirparlo dai pascoli.

Veratrum album L.


Quassù i pascoli sono stati abbandonati ed il veratro cresce indisturbato assieme agli arbusti che un po' alla volta riconquistano lo spazio prima riservato al bestiame.

A conclusione di questo percorso occorrono alcune riflessioni.

Dal punto di vista naturalistico il Vallone del Rio Valdescola è molto interessante per la sua ricca e varia vegetazione e per la presenza di numerose specie animali. Inoltre, le rocce delle cime ed i massi trasportati dal Rio ci permettono di "leggere" la storia geologica di queste zone e di collegarla alle grandi modificazioni che il nostro Pianeta ha subito nel corso di milioni di anni.

Come si inserisce l'uomo in questo ambiente?

In passato la popolazione umana viveva rispettando la Montagna ed utilizzava quanto Essa forniva: nel Vallone del Rio Valdescola, ed in generale in tutta la Valle Cervo, vi erano moltissimi pascoli; la vita dei valligiani, dura ma decorosa, si basava sull'allevamento dei bovini, sulla faticosa lavorazione della sienite e sulla coltivazione della canapa, da cui si ricavavano resistenti tessuti.

Ora cosa resta di tutto ciò?

Paesi quasi disabitati, poche baite dai muri instabili, sentieri sconnessi perchè non più curati, tracce di pascoli riconquistati dai cespugli e dai rovi; gli uomini ed il bestiame se ne vanno e con loro sparisce un'epoca simbolo di convivenza e di armonia tra la Natura e l'Uomo.



BIBLIOGRAFIA

  • Bovo P.G., Maffeo B., Perino P.L. - Aspetti naturalistici della Valle Oropa - Pro Natura Biellese, 1977.
  • Corbet G., Ovenden D. - Guida dei Mammiferi d'Europa - Franco Muzzio Editore, 1985.
  • Lang A. - Tracce di animali - Zanichelli, 1989.
  • Regis G., Piana Regis R. - Guida delle Alpi biellesi - Libreria Vittorio Giovannacci, Biella, 1987.
  • Sella A. - Flora popolare biellese - Edizioni dell'Orso, 1992.


04 febbraio, 2014

Primula elatior

Primule ... piccoli, semplici fiori che ai primi tepori sfidano gli ultimi lembi di neve e colorano qua  e là, prati, boschi e muretti ...

Le primule selvatiche non sono appariscenti come quelle coltivate, ma sono prezioso patrimonio di biodiversità con alcune specie rare e limitate a particolari settori delle Alpi.

Oggi vi presento la Primula elatior L.: trovate la sua carta di identità in "Flora".